Il cantico di Natale – #5

Ella batté le mani, diè in una risata e fece per toccargli il capo. Ma era troppo piccina, sicché, ridendo sempre, si alzò in punta di piedi per abbracciarlo. Poi, nella sua foga infantile, prese a trascinarlo verso la porta; né egli nicchiava, ché anzi la seguiva di gran buona voglia. Una voce terribile gridò nella corte: “Portate giù il baule di Scrooge!” E nel punto stesso apparve il maestro di scuola in persona, che squadrò il piccolo Scrooge con feroce condiscendenza e lo spaventò a dirittura con una stretta di mano. Li menò poi, lui e la sorella, nella sala a terreno, vecchia e umida quant’altra mai, dove parevano lividi dal freddo i globi celesti e i mappamondi. Qui cavò da uno stipetto una boccia di vino annacquato e un pezzo di mattone in forma di focaccia, offrì di queste squisitezze ai due giovinetti, e mandò fuori un magro servitorello per offrire “qualche cosa” al postiglione, il quale ringraziò tanto tanto il signore, con questo però che se il vino era della stessa vigna che aveva assaggiato prima, se ne stava piuttosto a bocca asciutta. Intanto, il baule di Scrooge era stato legato sull’imperiale, i ragazzi allegramente dissero addio al maestro, balzarono in carrozza, e questa se n’andò di trotto giù pel viale del giardino, facendo schizzare come spruzzi di spuma dalle brune foglie delle semprevive la neve e la brina.- Sempre delicata quella creaturina – disse lo Spirito; – un soffio l’avrebbe fatta appassire. Ma che cuore che aveva!- Che cuore! – ripetette Scrooge. – Avete ragione, Spirito; né io vi contraddico, che Dio non voglia!- È morta maritata – disse lo Spirito – e mi pare che avesse dei bambini.- Uno ne aveva – rispose Scrooge.- È vero, – disse lo Spirito. – Tuo nipote! Scrooge pareva turbato assai e rispose breve: “Sì.” Benché proprio in quel punto si lasciassero dietro la scuola, già si trovavano per le vie affaccendate di una città, dove passavano e ripassavano ombre di uomini, dove si contendevano il passo ombre di carri e carrozze, con tutto il tramestio e il tumulto di una città viva e vera. Dalle mostre delle botteghe si vedeva chiaro che anche qui si festeggiava Natale; ma era sera e le vie erano illuminate. Lo Spirito si fermò davanti a un certo magazzino e domandò a Scrooge se lo conosceva.- Se lo conosco! – esclamò Scrooge. – Ma non sono stato commesso qui? Entrarono. Un vecchio signore in parrucca se ne stava a sedere dietro un banco; e questo era così alto, che se il signore avesse avuto due pollici di più, avrebbe dato del capo nel soffitto. Non sì tosto l’ebbe visto, Scrooge gridò quasi fuori di sé:- Chi si vede? il vecchio Fezziwig! Dio lo benedica! È proprio lui in carne ed ossa! Il vecchio Fezziwig posò la penna e guardò all’orologio che già segnava le sette. Si fregò le mani; si aggiustò il largo panciotto; rise tutto quanto, da capo a piedi; e chiamò forte con una voce sonora, gioviale, abbondante:- Ehi, costì! Ebenezer! Dick! Scrooge giovanotto entrò tutto svelto in compagnia dell’altro commesso.- È desso, è Dick Wilkins! – disse Scrooge allo Spirito. – Sì davvero, eccolo lì. Mi voleva un gran bene quel Dick. Povero Dick! caro Dick! – Ehi, dico, ragazzi! – gridò Fezziwig. – Si leva mano per stasera. Non lo sapete ch’è la vigilia di Natale? Su, chiudete le imposte! – e allegramente batteva le mani – chiudete, vi dico! uno, due, tre! Non si può credere come i due giovanotti si dessero attorno! Uscirono nella via con le imposte addosso, uno, due, tre – le misero a posto, quattro, cinque, sei – le sbarrarono e chiusero i catenacci, sette, otto, nove – e prima che aveste potuto contare fino a dodici, rieccoli dentro, ansanti come cavalli da corsa.- Su, svelti! – gridò il vecchio Fezziwig, saltando giù dal suo seggiolone con una prestezza meravigliosa. – Fate largo, ragazzi, sgomberate! A te, Dick! da bravo, Ebenezer! Sgomberare! Avrebbero fatto uno sgombero in tutta regola sotto gli occhi del vecchio Fezziwig. In meno di niente era fatto. Ogni oggetto mobile fu portato via come se dovesse sparire per sempre dalla vita pubblica; l’impiantito spazzato e annaffiato, smoccolati i lumi, ammontato il carbone sul fuoco; ed ecco mutato il magazzino nella più acconcia ed asciutta e tiepida sala da ballo che si possa desiderare in una sera d’inverno. Ed ecco entrare un sonatore di violino col suo scartafaccio, e arrampicarsi sul banco, e mutarlo in orchestra, e tentare certi accordi che parevano dolori di stomaco. Ecco la signora Fezziwig, grassotta e ridanciana. Ecco le tre signorine Fezziwig, raggianti e adorabili, seguite dai sei giovanotti di cui esse spezzavano i cuori. Ecco tutti i giovani e le giovani della casa. Ecco la cameriera col cugino panettiere. Ecco la cuoca col lattivendolo, amico intimo di suo fratello. Ecco il fattorino del magazzino accanto, sospettato di scarsa nutrizione da parte del suo principale, e tutto sollecito di nascondersi dietro la ragazza della bottega dirimpetto, cui la padrona, come tutti sapevano, aveva tirato le orecchie. Eccoli tutti, uno dopo l’altro; l’uno scontroso, l’altro ardito, questi con grazia, quegli con goffaggine, chi tirando e chi spingendo; eccoli tutti, in un modo o nell’altro. Venti coppie in una volta si muovono, si danno la mano, girano in tondo; dieci vengono avanti, tornano indietro; altre giratine parziali in tanti gruppi quante sono le coppie; la prima coppia attempata non è mai al suo posto, la prima coppia giovane si slancia fuori di tempo, tutte in ultimo diventano prime coppie e la confusione è al colmo e le risate rumoreggiano. A questo, il vecchio Fezziwig batte le mani in segno di alto, grida “bravo!” e il violinista immerge la faccia rubiconda in un boccale di birra, preparato a posta. Ma, sdegnando il riposo, subito riattacca gli accordi, benché non ci siano ballerini, come se il primo suonatore fosse stato trasportato a casa, disfatto, sopra un’imposta, e ch’egli fosse un suonatore nuovo di trinca risoluto ad eclissare il rivale o a morire. Ci furono altre danze, e poi giuochi di penitenza, e danze da capo, e una focaccia, e il ponce, e un gran pezzo di arrosto rifreddo, e un altro gran pezzo di lesso rifreddo, e i pasticcini, e birra a profusione. Ma il grande effetto della serata venne appresso, quando il violinista (un bricconaccio che sapeva il fatto suo!) intonò la contradanza “Sir Roger de Coverly”. Si fece avanti il vecchio Fezziwig per ballare con la signora Fezziwig, e a fare da prima coppia, anche. Un bel lavoro! ventiquattro coppie da guidare; quarantotto frugoli co’ quali non c’era mica da scherzare, che in tutti modi volevano ballare e che non sapevano che cosa fosse l’andar di passo! Ma fossero stati il doppio, e tre e quattro volte tanti, il vecchio Fezziwig te li menava come niente, e così pure la signora Fezziwig. In quanto a lei, era degna di lui in tutto e per tutto; e se questo vi par poco, dite voi che altro ho da dire. I polpacci di Fezziwig raggiavano proprio; splendevano qua e là nella danza come due lune; impossibile prevedere le fasi. E quando il vecchio Fezziwig e la signora Fezziwig furono arrivati in fondo alla danza, – avanti, indietro, le mani alla dama, inchino, giro, rigiro, avanti da capo, di nuovo a posto, – il vecchio Fezziwig saltò con tanta sveltezza che le gambe parvero saette e ricadde diritto come un fuso. Battendo le undici, la brigata si sciolse. La coppia Fezziwig, postasi di guardia alla porta, si accommiatarono con una stretta di mano da ciascuno degli invitati, augurando a tutti un allegro Natale. Quando tutti furono partiti, meno i due commessi, anche con questi fecero lo stesso; e così le allegre voci si dileguarono e i due giovanotti se n’andarono a letto sotto un banco della retrobottega. Durante tutta questa scena, Scrooge avea come farneticato. Con l’altro sé stesso, tutta l’anima sua vi aveva preso parte. Riconosceva ogni cosa, si ricordava, godeva, era agitatissimo. Solo quando i visi luminosi dell’altro sé stesso e di Dick furono scomparsi, ei si risovvenne dello Spirito e sentì che questi lo guardava fiso, mentre la luce del capo splendeva del massimo fulgore.- Niente ci vuole – disse lo Spirito – per inspirare a cotesta povera gente tanta gratitudine.- Niente! – ripeté Scrooge. Lo Spirito gli fé cenno di ascoltare i due commessi, che si espandevano in lode di Fezziwig, e poi disse:- Non è forse vero? Non ha speso che qualche centinaio di lire della vostra moneta mortale. Ti par tanto questo da meritare che lo si levi a cielo?- Non è questo – esclamò Scrooge, punto da quella domanda e parlando inconsciamente come l’altro sé stesso. – Non è questo, Spirito mio. Egli ha modo di farci lieti o tristi; di rendere il nostro servizio grave o leggero, gradito o faticoso. Che il suo potere sia soltanto di parole e di occhiate, di cose così futili che non si possa registrarle e sommarle, che vuol dir ciò? La felicità che ci dona vale un tesoro. Sentì lo sguardo acuto dello Spirito e si fermò in tronco.- Che c’è? – chiese lo Spirito.- Niente – rispose Scrooge.- Eppure – insistette lo Spirito – qualche cosa c’è.- No – disse Scrooge – no. Soltanto vorrei poter dire una o due parole al mio commesso. Ecco. L’altro sé stesso spense i lumi, mentre egli pronunciava quelle parole; e Scrooge e lo Spirito si trovarono di nuovo insieme all’aria aperta.- L’ora incalza – disse lo Spirito. – Presto! Ciò non era detto a Scrooge né ad altri ch’egli vedesse, ma l’effetto fu immediato. Scrooge rivide sé stesso. Era adulto, nel fiore della vita. Non aveva ancora i lineamenti aspri di un’età più matura; ma già portava la prima impronta delle cure e dell’avarizia. C’era nell’occhio una mobilità irrequieta, avida, ardente, che rivelava la passione radicata e dove sarebbe caduta l’ombra dell’albero nascente. Ei non era solo. Sedeva accanto a una bella fanciulla vestita a bruno. Alla luce dello Spirito, brillavano di lagrime gli occhi di lei.- Poco importa – diceva ella con dolcezza – poco importa a voi. Un’altra ha preso il mio posto; e se vi vorrà tutto il bene che vi avrei voluto io e vi farà felice, non ho motivo di lamentarmi.- Chi altra ha preso il vostro posto? – domandò egli. – Un’altra che è di oro.- Ecco la bella giustizia del mondo! – egli esclamò. – Siete povero, vi accoppa; cercate di arricchirvi, vi dà addosso peggio che mai! – Voi ne avete troppa paura del mondo – ribatté dolcemente la fanciulla. – Tutte le vostre speranze si limitano a questa sola di sottrarvi al suo sordido disprezzo. Io ho veduto le vostre più nobili aspirazioni cadere ad una ad una fino a che la passione dominante, il lucro, vi ha assorbito. Non è forse vero?- E che perciò? che male c’è se son divenuto più accorto? Verso di voi non son mica mutato. Ella crollò il capo.- Son forse mutato?- È antica la nostra promessa. Ce la scambiammo quando tutti e due eravamo contenti della povertà nostra, aspettando prima o dopo una sorte migliore dal nostro stesso lavoro. Voi sì che siete mutato. Eravate allora un altro uomo.- Ero un ragazzo – ribatté egli con impazienza- Ah no! – rispose la fanciulla – la coscienza vi fa sentire che non eravate quel che siete adesso. Io sì. Quel che ci prometteva la felicità quando avevamo un sol cuore, oggi che ne abbiamo due è fonte di dolori. Non dirò quante volte e con che pena ho pensato a questo. Vi basti che io ci abbia pensato e che possa ora rendervi la vostra parola.- L’ho mai forse ridomandata?- A parole, no, mai.- E in che modo dunque?- Mutando in tutto, nel carattere, nelle abitudini, nelle aspirazioni, in ogni cosa che vi faceva apprezzare il mio affetto per voi. Se nulla ci fosse stato tra noi – soggiunse la ragazza dolcemente ma con fermezza – ditemi, lo cerchereste ora quell’affetto? Ah, no! Mal suo grado, egli parve arrendersi alla giustezza di quella ipotesi. Disse nondimeno, facendosi forza:- Voi non lo pensate.- Così potessi pensare altrimenti – ribatté ella – e lo sa il cielo se lo vorrei! Quando una verità dolorosa come questa l’ho riconosciuta io stessa, so bene quanto sia forte e irresistibile. Ma se voi foste libero oggi, domani, posso io credere che scegliereste una ragazza senza dote, voi che nei momenti della più schietta espansione, tutto valutate a peso di guadagno? e se mai per un solo istante voleste tradire il principio che vi governa fino al punto di sposarla, non so io forse che il giorno appresso sareste tormentato dal pentimento? Lo so, ne sono sicura; epperò vi rendo la parola; ve la rendo con tutto il cuore, per l’amore di quell’altro che prima eravate. Egli fece per rispondere, ma ella proseguì voltandosi in là:- Forse, la memoria del passato me lo fa quasi sperare, forse ne soffrirete. Poco però, ben poco, e scaccerete subito ogni ricordo come un sogno vano dal quale fu bene che vi svegliaste. Possiate esser felice nella vita che vi siete scelta! Lo lasciò e si separarono.- Spirito! – disse Scrooge, – non mostrarmi altro! Menami a casa: Perché ti diletti a torturarmi?- Un’altra sola ombra! – esclamò lo Spirito.- No, no, basta! Non voglio vedere altro. Non mostrarmi altro! Ma lo Spirito inesorabile lo strinse fra le braccia e lo costrinse a guardare ancora. Erano altrove e la scena era mutata: una stanza, non vasta né bella, ma comoda ed acconcia. Presso al fuoco d’inverno sedeva una bella giovinetta così somigliante a quella di poc’anzi che Scrooge la credette la stessa, fino a che non scorse proprio lei, l’altra, divenuta ormai una graziosa matrona, seduta di faccia alla figliuola. C’era nella stanza un fracasso dell’altro mondo, per via di una vera nidiata di bambini che Scrooge, nell’agitazione sua, non poteva contare; non erano già, come nella famosa canzone, quaranta ragazzi che se ne stavano cheti come se fossero uno solo, ma invece ciascuno di essi valeva per quaranta. Le conseguenze di ciò erano così tumultuose che non si può dire; ma nessuno se ne dava pensiero; invece madre e figlia se la ridevano cordialmente, e questa, mescolatasi un tratto a quei giuochi, fu subito crudelmente saccheggiata da quei minuscoli briganti. Che cosa non avrei dato io per essere uno di loro… benché così crudele non sarei stato mai, no, no! Per tutto l’oro del mondo non avrei arruffato e tirato giù quei capelli così bene aggiustati; e in quanto alla scarpettina aggraziata, non glie l’avrei mica strappata a forza. Dio mi benedica! nemmeno per salvarmi dalla morte. Un’altra cosa non avrei osato, che quei monelli facevano come se niente fosse: misurarle la vita: perché avrei temuto di esserne punito, rimanendo col braccio incurvato per tutta l’eternità. Eppure, lo confesso, avrei desiderato tanto tanto sfiorare quelle sue labbra, farle qualche domanda perché le aprisse, guardare le ciglia di quegli occhi abbassati senza provocare un rossore, sciogliere quell’onda di capelli di cui un sol ricciolino sarebbe stato un ricordo inestimabile; e in somma avrei voluto avere la libertà di un ragazzo ed essere abbastanza uomo da apprezzarne il valore. Ma ecco, si sente bussare alla porta, e subito con tanta furia vi si scagliano tutti, che la poverina, tutta ridente e con le vesti gualcite, proprio nel mezzo del gruppo tumultuoso, trovasi davanti al babbo che torna a casa in compagnia di un uomo carico di balocchi e doni di Natale. Che strilli acuti, che lotta, che assalti all’indifeso portatore! che scalata gli davano montando sulle seggiole, che frugamenti gli facevano per le tasche, come lo spogliavano dei suoi fagotti, lo afferravano per la cravatta, gli s’appendevano al collo, gli davano pugni nelle reni e calci nelle gambe in segno d’irrefrenabile affezione! che grida di stupore e di giubilo allo svolgere di ogni fagotto! che spavento è quello di tutti quando si sorprende il più piccino nell’atto di cacciarsi in bocca la padella della bambola e lo si sospetta di aver ingoiato un tacchino di zucchero con tutta la tavoletta che lo sostiene! che sollievo immenso nel trovare che non ce n’era niente! che gioia, che gratitudine, che estasi! Tutte cose che non si possono descrivere. Basta sapere che i ragazzi con tutte le loro emozioni uscirono dal salottino, e su per una scaletta, uno dopo l’altro, se n’andarono a dormire, lasciando la calma dove testé aveva infuriato la tempesta. Ed ora Scrooge guardò più intento, perché il padrone di casa, mentre la figliuola si appoggiava a lui con affetto, sedette con lei e con la madre davanti al caminetto; e quando pensò che una creatura come quella, graziosa e promettente, gli avrebbe dato il nome di padre e avrebbe fatto fiorire una primavera nel triste inverno della sua vita, si sentì la vista oscurata dalle lagrime.- Bella – diceva il marito, sorridendo alla moglie, – oggi ho incontrato un vecchio amico.- Chi?- Indovina!- Come vuoi che faccia?… Zitto, ci sono – soggiunse ridendo come lui. – Il signor Scrooge.- Per l’appunto. Son passato pel suo banco; e siccome la finestra non era chiusa e una candela ardeva di dentro, non ho potuto fare a meno di vederlo. Il socio, sento dire, è in punto di morte; ed ei se ne stava là solo. Solo nel mondo, credo.- Spirito! – esclamò Scrooge con voce soffocata – toglimi di qui!- Ti ho detto – rispose lo Spirito – che queste son ombre di quel che fu. Non mi devi incolpare, se son ora quel che sono!- Toglimi di qua! – tornò a pregare Scrooge. – Non resisto più! Si volse allo Spirito, e vedendo che questi lo guardava con un certo strano viso nel quale confondevansi tutti i visi apparsigli fino allora, gli si scagliò addosso.- Lasciami! Riportami a casa. Non m’importunare di più! Nella lotta, se tale si potea dire quella in cui lo Spirito, senza visibile resistenza, rimaneva incrollabile e sereno a tutti gli sforzi dell’avversario, Scrooge notò che la luce gli brillava sempre più viva sul capo; e sospettando in quella la cagione dell’influenza sopra di sé esercitata, afferrò di botto il cappello a spegnitoio e con un rapido movimento glielo fece ingozzare. Lo Spirito si accasciò sotto, in modo da esser tutto coperto dallo spegnitoio; ma per quanta forza mettesse Scrooge a premere con le due mani, non riusciva a nascondere la luce, la quale sfuggiva in onde dal labbro e spandevasi sul suolo. Ei si sentiva fiaccato e una sonnolenza irresistibile lo vinceva; sentiva anche di trovarsi in camera propria. Diè allo spegnitoio un lattone d’addio, allentò le mani ed ebbe appena il tempo di raggomitolarsi nel letto prima di cadere in un sonno profondo.

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