Il cantico di Natale – #7

– Abbiamo avuto un sacco di lavoro da finire, rispose la fanciulla, – e s’aveva a consegnarlo stamane, mamma.- Bene, bene! Adesso che ci sei, non importa, – disse la signora Cratchit. – Mettiti un po’ qui al fuoco, cara, datti una fiammatina, che il Signore ti benedica!- No, no! Ecco papà che viene, – gridarono i due piccoli Cratchit, che si trovavano nel momento stesso dapertutto. – Nasconditi, Marta, nasconditi! E Marta si nascose; e subito, ecco entrare Bob, il padre, con tre braccia di cravatta pendente davanti, senza contar la frangia, co’ vestiti ben rimendati e spazzolati per parer di festa, e con Tiny Tim sulla spalla. Povero Tiny! ci portava una gruccetta e una macchinetta di ferro per tenersi ritto!- E Marta dov’è? – esclamò Bob guardandosi attorno.- Non viene – rispose la moglie.- Non viene! – ripetette Bob, perdendo di botto tutta l’allegria con la quale avea trottato per conto di Tiny dalla chiesa fino a casa. – Non viene, il giorno di Natale! Marta mal soffriva di vederlo scontento, fosse anche per celia; sicché sbucò prima del tempo dal suo nascondiglio e gli si gettò fra le braccia, mentre i due piccoli Cratchit si pigliavano Tiny Tim e se lo portavano nel lavatoio per fargli sentire come cantava il bodino nella casseruola.- E come s’è portato il piccolo Tim? – domandò la signora Cratchit, dopo aver motteggiato Bob sulla sua credulità e dopo che questi si fu saziato di abbracciar la figliuola. – Come un angelo, – rispose Bob, – e meglio ancora. Stando tanto tempo a sedere, diventa meditativo e non ti puoi figurare che strani pensieri gli vengono. M’ha detto or ora, tornando a casa, che sperava essere stato guardato in chiesa dalla gente, storpio com’è, e che deve far piacere, il giorno di Natale, ricordarsi di colui che fece camminare i poveri zoppi e vedere i ciechi. – La voce di Bob tremava un poco così dicendo, e più forte tremò quando soggiunse che Tim s’andava facendo più sano e più forte. S’udì l’agile gruccetta sbattere sull’impiantito, e Tiny Tim subito riapparve, accompagnato dal fratello e dalla sorella fino al suo sgabelletto accanto al fuoco. Bob intanto, rimboccate le maniche – quasi che, poveretto, si potessero consumare di più! – faceva in una brocca un suo miscuglio di ginepro e limone e girava e rigirava e lo metteva sul fuoco a bollire; mentre il piccolo Pietro co’ due Cratchit onnipresenti correvano a prendere l’oca, con la quale tornarono di lì a poco in processione solenne. Tanto fu il trambusto che ne seguì da far pensare che un’oca fosse il più raro fra i volatili, un fenomeno pennuto, al cui confronto un cigno nero era la bestia più naturale di questo mondo: e davvero in quella casa c’era da credere che così fosse. La signora Cratchit fece friggere il succo, già preparato in una padellina; Pietro, con vigore incredibile, si diè a schiacciare le patate; la signorina Belinda inzuccherò il contorno di mele; Marta strofinò le scodelle; Bob si fece seder vicino Tiny Tim a un cantuccio della tavola; i due piccoli Cratchit disposero le sedie per tutti, non dimenticando sé stessi, e piantatisi di guardia ai posti loro si cacciarono i cucchiai in bocca per non gridar prima del tempo di voler l’oca. Alla fine, messi i piatti, fu detto il benedicite. Successe un momento di silenzio profondo, mentre la signora Cratchit, guardando lungo il filo del coltello, si preparò a trafiggere la bestia.

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Ma quando il coltello fu  immerso, quando sboccò dalla ferita il ripieno tanto aspettato, un mormorio di allegrezza si levò tutt’intorno alla tavola, e lo stesso Tiny Tim, messo su dai due piccoli Cratchit, si diè a battere sulla tovaglia col manico del coltello e fece sentire un suo debole evviva! Un’oca simile non s’era mai data. Disse Bob che, secondo lui, un’oca di quella fatta non era stata cucinata mai. La sua tenerezza, il profumo, la grassezza, il buon mercato furono oggetto dell’ammirazione universale. Col rinforzo del contorno di mele e delle patate, il pranzo era sufficiente: anzi, come diceva tutta contenta la signora Cratchit guardando ad un ossicino nel piatto, non s’era potuto mangiar tutto! Eppure ciascuno s’era satollato, e i due Cratchit minuscoli specialmente erano immollati di salvia e cipolle fino agli occhi! Ma ora, mutati i piatti dalla signorina Belinda, la signora Cratchit uscì sola – tanto era nervosa da non voler testimoni – per prendere il bodino e portarlo in tavola. E se il bodino non era a tempo di cottura! e se si rompeva nel voltarlo! e se qualcuno, di sopra al muro del cortile, se l’avesse rubato mentre di qua si facea tanta festa all’oca! I due piccoli Cratchit si fecero lividi a quest’ultima supposizione. Ogni sorta di orrori furono immaginati. Olà! questo sì ch’è fumo! il bodino è fuori della casseruola. Che odor di bucato! È il tovagliolo che lo involge. Un certo odore che è tutt’insieme di trattoria e del pasticciere accanto e della lavandaia che sta a uscio e bottega! Questo poi era il bodino. In meno di niente, ecco entrare la signora Cratchit, accesa in volto, ma ridente e gloriosa, col bodino in trionfo, simile a una palla di cannone chiazzata, liscia, compatta, ardendo in un quarto di quartuccio d’acquavite in fiamme, e con in cima bene infisso l’agrifoglio di Natale. Oh, un bodino stupendo! disse Bob, gravemente, ch’ei lo riguardava come il massimo trionfo della signora Cratchit dal matrimonio in poi. La signora Cratchit, liberatasi ormai di quel gran pensiero, confessò schiettamente di essere stata un po’ in dubbio sulla quantità della farina. Ciascuno disse la sua, ma nessuno osservò o pensò che un bodino di quella fatta fosse scarso per una famiglia numerosa. Questa sarebbe stata un’eresia bell’e buona, e l’ultimo del Cratchit ne avrebbe arrossito fino alla radice dei capelli. Alla fine, terminato il desinare, si sparecchò, si spazzò il camino, si attizzò il fuoco. Assaggiato e trovato squisito il miscuglio nella brocca, furono messe in tavola mele ed arancie e una palettata di castagne sul fuoco. Allora tutta la famiglia si strinse presso al fuoco in circolo, come Bob diceva per significare un semicircolo; e accanto a Bob fu messo tutto il servizio di cristalli: due bicchieri e un vasettino da crema, senza manico. I tre recipienti però raccolsero la calda bevanda né più né meno che tre coppe d’oro avrebbero fatto; e Bob la servì intorno con viso raggiante, mentre le castagne sul fuoco barbugliavano e scoppiettavano.

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Poi Bob disse forte:- Un allegro Natale a tutti noi, cari miei. Dio ci benedica! Tutta la famiglia ripetè l’augurio.- Dio benedica tutti quanti siamo! – disse, ultimo di tutti, Tiny Tim. Sedeva sul suo sgabelletto, proprio accosto al padre. Bob gli teneva la manina scarna per meglio fargli sentire il suo affetto, e se lo voleva sempre vicino, e quasi avea paura di vederselo portato via.- Spirito, – disse Scrooge con insolita sollecitudine, – dimmi se Tiny Tim vivrà.- Vedo un posto vuoto – rispose lo Spirito, – all’angolo del povero focolare, e una gruccetta gelosamente custodita. Se queste ombre non muterà l’avvenire, il fanciullo morrà. – No, no, – esclamò Scrooge. – Oh no, buono Spirito! dimmi che sarà risparmiato.- Se queste ombre non muterà l’avvenire, nessun altro della mia stirpe, – rispose lo Spirito, – lo troverà qui. Che monta? S’egli muore, tanto meglio, perché di tanto scemerà il soverchio della popolazione. Scrooge abbassò il capo, udendo le proprie parole citate dallo Spirito, e si accasciò sotto il pentimento e il dolore.- Uomo, – disse lo Spirito, – se d’uomo è il tuo cuore e non di adamante, lascia cotesto tuo tristo linguaggio, finché non saprai qual è quel soverchio e dov’è. Osi tu forse decidere quali uomini debbano vivere, quali morire? Può darsi che agli occhi del cielo, tu sii più indegno di vivere che non milioni di creature simili al fanciullo di questo povero uomo. Oh Dio! udir l’insetto sulla foglia pronunciare che c’è troppi viventi fra i suoi fratelli affamati nella polvere! Tremò Scrooge al fiero rabbuffo e abbassò umile gli occhi. Ma subito li rialzò, udendo pronunziare il suo nome.- Al signor Scrooge! – disse Bob; – propongo un brindisi al signor Scrooge, protettore di questa festa!- Bel protettore davvero! esclamò la signora Cratchit facendosi rossa. – Lo vorrei qui, lo vorrei. Gli darei una certa festa a modo mio, che non gli andrebbe mica a genio.- Mia cara, – disse Bob, – ci sono i ragazzi; è Natale!- Un bel giorno di Natale – ribatté la moglie – se s’avesse a bere alla salute di un uomo così odioso, taccagno, duro, egoista come quello Scrooge. Tu lo sai, Bob! nessuno lo sa meglio di te, poveretto!- Cara mia, – ripeté Bob con dolcezza, – è Natale.- Beverò alla sua salute per amor tuo e perché è Natale, – disse la signora Cratchit, – per lui no. Cento di questi giorni, un allegro Natale e felice capo d’anno! Starà proprio allegro e felice, figurati! I ragazzi bevvero anch’essi alla salute di Scrooge. Era il primo dei loro atti che non fosse cordiale. Tiny Tim bevve in ultimo, ma non gliene importava niente. Scrooge era l’Orco della famiglia. Il solo nome di lui avea gettato sulla lieta brigata un’ombra, che non si dileguò per cinque buoni minuti. Dopo che fu svanita, tornò l’allegria dieci volte più schietta, pel solo sollievo di essersi sbrigati di Scrooge il Malo. Bob Cratchit disse loro di avere in vista un certo posticino per messer Pietro che avrebbe portato in casa una sommetta di sei lire e cinque soldi la settimana. I due Cratchit minuscoli si sganasciarono dalle risa all’idea che Pietro diventava uomo d’affari; e Pietro, per conto suo, guardò tutto pensoso al fuoco di mezzo alle punte del collo, quasi ventilando dentro di sé che sorta d’investimenti avrebbe preferito quando fosse entrato in possesso di una rendita così sbalorditiva. Marta, povera apprendista da una crestaia, disse allora che sorta di lavoro avea da fare e quante ore di fila lavorava e che si volea levar tardi il giorno appresso e godersi il riposo della festa. Disse pure di aver visto qualche giorno fa una contessa e un gran signore, e che il signore avea su per giù la statura di Pietro; al che, Pietro si tirò così alto il collo che non gli avreste più visto il capo. E intanto, castagne e bevande andavano intorno; e poi ci fu una canzone a proposito di un ragazzo smarrito nella neve, e la cantò Tiny Tim; la cantò con la sua vocina dolente, ma molto bene davvero, molto bene. Niente di nobile in tutto ciò. La famiglia non era bella; nessuno sfoggio di vestiti; le scarpe tutt’altro che impermeabili; meschina la biancheria; forse e senza forse Pietro avea anche fatto una certa conoscenza col rigattiere. Ma erano felici nondimeno, riconoscenti, lieti di trovarsi insieme; e nel punto stesso che si dileguavano, sembrando ancor più felici nella pioggia di luce di cui gl’inondava la torcia dello Spirito in segno d’addio, Scrooge li guardò fiso, soprattutti Tiny Tim, fino all’ultimo istante. Calava intanto la notte e cadea fitta la neve: e mentre Scrooge e lo Spirito andavano per le vie, era mirabile lo splendore dei fuochi rugghianti nelle cucine, nei tinelli, in ogni sorta di stanze. Qua, la fiamma vacillante mostrava i preparativi di un buon pranzetto, co’ piatti messi in caldo davanti al fuoco, con le spesse tendine rosse pronte ad essere abbassate per tener fuori il freddo e le tenebre. Là, tutti i ragazzi della casa sbucavano correndo nella neve per essere i primi a salutare le sorelle maritate, i fratelli, gli zii, le zie, i cugini, le cugine. Qua, ancora, si ripercotevano sulle tende le ombre dei convitati; e là, un gruppo di belle fanciulle, tutte incappucciate e con gli stivaletti impellicciati, e tutte chiacchierando a coro, se n’andavano saltellanti da qualche loro vicino; e guai allora allo scapolo – e ben lo sapevano le furbe! – guai allo scapolo che le avesse viste entrare in un baleno di luce e di bellezza! Dal numero della gente che si avviava alle amichevoli riunioni, c’era da figurarsi che nessuno fosse in casa per ricevere, mentre invece in ogni casa s’aspettava gente e si faceano enormi fiammate nei caminetti. Come esultava lo Spirito, Dio benedetto! come scopriva l’ampio torace, come apriva la palma capace, e si librava alto, versando su tutto con mano generosa lo splendore della sua gioia innocente! Perfino il lumaio, che correva avanti punteggiando di luce le vie tenebrose, già agghindato per passar la sera in qualche posto, rise forte quando lo Spirito gli fu accanto, benché non sapesse di aver altra compagnia che quella del Natale! Di botto, senza che lo Spirito ne desse avviso con una parola, si trovarono in una deserta e malinconica palude, disseminata di massi mostruosi di pietra greggia, come se fosse un cimitero di giganti. L’acqua si spandeva libera dove più le piacesse, o almeno così avrebbe fatto se il gelo non l’avesse imprigionata. Non vi cresceva altro che musco, ginestra, erbaccia. Giù, verso occidente, il sole al tramonto avea lasciato una striscia infocata, che un momento balenò, come il vivido sguardo di un occhio dolente, su quella desolazione, e via via velandosi sotto le palpebre si spense nell’orrore di una notte profonda.- Che è qui? – domandò Scrooge.- Qui – rispose lo Spirito – vivono i minatori, i quali lavorano nel ventre della terra. Ma essi mi conoscono. Guarda! Brillò una luce alla finestretta di una capanna e subito andarono verso di quella. Attraversando il muro di sassi e mota, trovarono una gaia brigata raccolta intorno a un bel fuoco. Un vecchio decrepito e la sua donna, co’ loro figli, e i figli de’ figli, e un’altra generazione per giunta, rilucevano tutti nei loro abiti di festa. Il vecchio, con una voce che di rado levavasi sui sibili del vento all’aperto, cantava loro una canzone di Natale, una canzone già antica di molto quando egli era ragazzo; di tanto in tanto, gli altri a coro ripetevano il ritornello. Alzandosi le voci loro, si alzava anche e diveniva più gioconda la voce del vecchio; finito il ritornello, cadeva insieme la voce di lui. Non s’indugiò lo Spirito fra quella gente, ma imponendo a Scrooge di tenerglisi forte alla veste, varcò tutta la palude e si librò… sul mare, forse? Sì, proprio, sul mare. Voltandosi indietro, Scrooge ebbe ad inorridire vedendo lontano le rive, una fila spaventevole di scogli; e lo intronava il tuono dei flutti furiosi che fra le atre caverne scavate avvolgevansi, muggivano, infuriavano, fieramente si sforzavano di minar la terra. Eretto sopra un banco di roccie basse, una lega all’incirca dalla riva, contro le quali rompevansi le acque per quanto lungo era l’anno, stava solitario un faro. Aderivano alla base enormi viluppi di alghe, e gli uccelli della tempesta – partoriti forse dal vento come l’alga del mare – vi svolazzavano intorno alzandosi e abbassandosi come le onde che sfioravano con l’ala. Ma anche qui, due guardiani aveano acceso un loro fuoco, e questo traverso alla feritoia del muro massiccio mandava un raggio lucente sulle tenebre del mare. Strigendosi le mani callose di sopra alla rozza tavola e al loro boccale di ponce, si davano l’un l’altro il buon Natale; e il più vecchio dei due, dalla faccia accarnata e cicatrizzata dalle intemperie come una di quelle teste scolpite che sporgono dalla prua di una vecchia nave, intuonò una selvaggia canzone che poteva parere una raffica. E lo Spirito andava, andava sempre sulle onde cupe e anelanti, fino a che, lontani da ogni riva, com’ei disse a Scrooge, raccolsero il volo sopra un bastimento. Qua il pilota alla sua ruota, lassù nella gabbia la vedetta, più in là gli ufficiali di quarto: figure fantasticamente immobili: ma ciascuno di loro canticchiava una canzone di Natale, o pensava a Natale, o di qualche passato Natale parlava basso al compagno con soavi speranze di ritorno. E ciascuno a bordo, desto o dormiente, buono o malvagio, aveva avuto per l’altro una parola più gentile che in qualunque altro giorno dell’anno; avea partecipato in una certa misura alla festa; avea ricordato i cari lontani, pensando con dolcezza al loro memore affetto. Fu per Scrooge una gran sorpresa, mentre badava ai gemiti del vento e pensava alla terribilità del muoversi fra le tenebre vaneggianti sopra una ignota voragine, profonda e segreta come la morte, fu per Scrooge una gran sorpresa, così assorto com’era, l’udire una risata squillante. E crebbe la sorpresa a mille doppi, quand’ei riconobbe la voce del proprio nipote e si trovò in un salottino ben rischiarato, ben caldo, aggiustato, con accanto lo Spirito che sorrideva e che fissava quel medesimo nipote con uno sguardo di compiacenza.- Ah, ah! – rideva il nipote di Scrooge. – Ah, ah, ah! Se mai, per un caso poco probabile, vi capitasse d’incontrare un uomo che ridesse più cordialmente del nipote di Scrooge, io vi dico che sarei lietissimo di farne la conoscenza e di cercarne la compagnia. Vogliate presentarmelo, ve ne prego. È un bel compenso, ed è anche giusto e consolante nell’ordine delle cose umane, che se il dolore e il malanno si attaccano, non ci sia al mondo cosa più contagiosa del buonumore e del riso. Il nipote di Scrooge rideva, tenendosi i fianchi, scotendo il capo, facendo col viso le più strane contorsioni; la moglie, anch’essa nipote di Scrooge, rideva con la stessa espansione; tutti gli amici raccolti ridevano sgangheratamente, con tutto il cuore e con un fracasso indicibile. – Ah, ah! Ah, ah, ah, ah!- Ha detto, figuratevi, che Natale è una sciocchezza! – gridava il nipote di Scrooge. – Com’è vero che son vivo, l’ha detto. E lo pensava pure!- Due volte vergogna per lui, Federigo! – esclamò tutta accesa la nipote di Scrooge. Benedette coteste donne; non fanno mai niente a mezzo. Pigliano tutto sul serio. Era graziosa, molto graziosa. Un visino tutta ingenuità, stupore e pozzette; un bocchino maturo, che pareva fatto per esser baciato, e lo era di certo; ogni sorta di fossettine intorno al mento, le quali confondevansi insieme quando ella rideva; il più raggiante par d’occhi che abbia mai illuminato fronte di fanciulla. In complesso, una certa figurina provocante, capite; ma anche pronta a dar soddisfazione. Oh, altro che pronta!- È buffo davvero il vecchio – disse il nipote di Scrooge, – questa è la verità. Niente di male se fosse un tantino meno scontroso. Fatto sta che i suoi stessi difetti sono il suo malanno, ed io non ho niente da dire contro di lui.- Scommetto ch’è ricco sfondato, – venne su la nipote di Scrooge. – Sei tu stesso, Federigo, che me lo dici sempre.- E che vuol dire, cara mia! La ricchezza sua non gli serve a niente; non fa un briciolo di bene, nemmeno per sé. Non ha nemmeno la soddisfazione di pensare… ah, ah, ah!… che ce la serba a noi tutta quanta, proprio a noi.- Io non lo posso vedere, – affermò la nipote di Scrooge. Le sorelle di lei e tutte le altre signore espressero lo stesso sentimento.- Oh, io sì invece! – disse il nipote. – Me ne dispiace per lui; se pure mi vi provassi, non riuscirei a volergli male. Chi è che ne soffre pei suoi capricci? Lui, nessun altro che lui. Ecco, per esempio, ora s’è fitto in capo di guardarmi di traverso e non vuol venire a desinare con noi. Che ne viene?… ogni lasciato è perso. È vero però che un gran pranzo non lo ha perduto…- Niente affatto, – interruppe la moglie, – io credo invece che ha perduto un pranzo eccellente. – Tutti a coro dissero lo stesso, e ne aveano da saper qualche cosa, perché appunto si alzavano di tavola e si stringevano intorno al fuoco.- Tanto meglio, ci ho gusto! – disse il nipote di Scrooge, – perché davvero non ho una fede straordinaria in questa donnetta di casa. Che ne dite voi, Topper? Topper, si vedeva chiaro, aveva adocchiato una sorella della nipote di Scrooge, perché rispose che uno scapolo era una disgraziata creatura incapace di emettere un parere in proposito: Al che la sorella della nipote di Scrooge – quella pienotta col fazzoletto di pizzi, non quell’altra con le rose – si fece rossa come una ciliegia.- Continua, Federigo – disse la nipote di Scrooge, battendo le mani. – Questo benedetto uomo lascia sempre i discorsi a mezzo! Il nipote di Scrooge dette in un’altra risata, e poiché non si poteva evitare il contagio, quantunque la ragazza pienotta lo tentasse a furia di aceto aromatico, l’esempio fu seguito da tutti.- Stavo per dire – riprese il nipote di Scrooge – che per dato e fatto del suo guardarci di traverso e della sua cocciutaggine di non stare allegro con noi, egli si perde dei momenti piacevoli, che non gli farebbero niente di male. È certo ch’ei si priva di una compagnia meno uggiosa di quanti pensieri può trovare in quella stamberga umida del suo banco o nelle sue camere polverose. Per me, tutti gli anni, voglia o non voglia, gli farò la stessa offerta, perché mi fa pena. Padronissimo di schernire il Natale fino al giorno del giudizio, ma non potrà fare a meno di pensarne un po’ meglio, sfido io, quando mi vedrà ricomparire tutti gli anni sempre di buon umore, per domandargli: Come si va, zio Scrooge? Se questo servisse nient’altro che a fargli venir l’idea di dar cinquanta sterline a quel diavolaccio del suo commesso, tanto per far cifra tonda, sarebbe già qualche cosa. E se non mi sbaglio, debbo averlo scosso ieri. Adesso toccò agli altri a ridere, all’idea di cotesto scotimento: Ma essendo egli un bravo ragazzo né curandosi di che ridessero, purché ridessero, gl’incoraggiò nella loro espansione, facendo allegramente circolare la bottiglia.

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