Il cantico di Natale – #8

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Dopo il thè, si fece un po’ di musica. Perché davvero tutta la famiglia era musicale e sapeva il fatto suo quando intuonava un’arietta o un ritornello; Topper in ispecie, il quale pigliava ogni sorta di note di basso profondo, senza gonfiar le vene della fronte e senza farsi rosso come un gambero. La nipote di Scrooge suonava l’arpa assai benino; e, fra le altre, suonò un’arietta semplicissima (una cosa da nulla, che in due minuti avreste imparato a zufolare), la quale era stata familiare alla bambina che veniva a prendere Scrooge alla scuola, come gli avea ricordato lo Spirito dell’altro Natale. Suonandogli dentro le note di quella cantilena, tutte le cose mostrategli dallo Spirito gli tornavano in mente. Via via si sentì rammollire; e pensò che se avesse potuto udirle spesso, tanti anni fa, avrebbe forse coltivato con le proprie mani e per la propria felicità le gentilezze affettuose della vita, anzi che ricorrere per conforto alla vanga del becchino che avea scavato la fossa di Giacobbe Marley. Ma non tutta la sera fu dedicata alla musica. Dopo un po’, vennero i giuochi di penitenza; perché fa bene a momenti tornar bambini, e più che mai a Natale, ch’è una festa istituita da Dio fattosi anch’egli bambino. Aspettate! Si giocò prima di tutto a mosca cieca: Era naturale. Ed io credo tanto che Topper fosse cieco davvero per quanto posso credere che avesse gli occhi negli stivali. A parer mio, c’era una tacita intesa tra lui e il nipote di Scrooge; e anche lo Spirito n’era a parte. Il suo modo di correr dietro alla sorella pienotta dal fazzoletto di pizzi era proprio un oltraggio alla umana credulità. Inciampando nelle seggiole, facendo cader le molle, urtando contro il pianoforte, soffocandosi nelle tende, dovunque ella andava, Topper andava appresso. Sapeva sempre dove trovavasi la ragazza pienotta. Se gli andavate addosso, come qualcuno facea, e gli stavate davanti, egli fingeva di volervi afferrare facendo così un affronto alla vostra perspicacia, e subito sgusciava di fianco nella direzione della sorella pienotta. Ella gridava spesso che non istava bene; ed avea ragione, poverina! Ma quando alla fine l’afferrò; quando, a dispetto dei guizzi di lei e del fruscio della sottana di seta, ei la incalzò in un cantuccio donde non c’era più scappatoia; allora la sua condotta fu a dirittura esecrabile. Perché infatti quel suo pretendere di non conoscerla, e che era necessario di toccarle la pettinatura, e che si dovea assicurare dell’identità stringendo non so che anello al dito di lei e palpando non so che catena ch’ella portava al collo, fu davvero una mostruosa vigliaccheria! E non c’è dubbio che la ragazza gli disse il fatto suo, quando, venuta in mezzo un’altra persona bendata, si dettero insieme a bisbigliare con tanto accaloramento dietro le tende. La nipote di Scrooge non giuocava con gli altri a mosca cieca, e si raggomitolava tutta in poltroncina, con uno sgabelletto sotto i piedi, in un cantuccio dove lo Spirito e Scrooge le stavano alle spalle. Ma alle penitenze prese parte e rispose d’incanto al “Come vi piace?” con tutte le lettere dell’alfabeto. Così pure nel gioco del “Come, quando e dove”, si dimostrò grande a dirittura, e con represso giubilo del marito, sgominò tutte le sorelle; benché anche queste fossero furbe parecchio, come Topper l’avrebbe potuto dire. In tutti erano una ventina, tra giovani e vecchi; ma tutti giuocavano, e Scrooge con essi; il quale, scordandosi per la foga improvvisa del sollazzarsi che la voce sua non potea da loro essere udita, gridava alto la parola dell’indovinello, e più di una volta imbroccava anche; perché l’ago più sottile non era più sottile di Scrooge, con tutta la sua smania di far lo gnorri. Lo Spirito era molto lieto in vederlo così disposto, e con tanta benevolenza lo guardava, ch’ei pregò come un bambino gli si permettesse di rimanere fino in fondo. Ma a questo lo Spirito si oppose.- Ecco un altro giuoco – disse Scrooge. – Una mezz’oretta, Spirito, solo una mezz’oretta! Era il giuoco del Sì e del No. Il nipote di Scrooge pensava una cosa, gli altri doveano indovinare, rispondendo egli soltanto sì o no, secondo il caso. Il fuoco vivace delle domande gli cavò di bocca ch’egli pensava a un animale, a un animale piuttosto brutto, a un animale selvaggio, a un animale che grugniva qualche volta e qualche altra volta parlava, che stava a Londra, e girava per le vie, e non si mostrava in una baracca, e non era portato attorno da nessuno, e non viveva in un serraglio, e non era mai trascinato al macello, e non era né cavallo, né somaro, né vacca, né toro, né tigre, né cane, né porco, né gatto, né orso. A ogni nuova domanda, codesto nipote si sganasciava dalle risa; e così forte ei si spassava, che a momenti si dovea alzare dal canapè e batteva i piedi in terra. Alla fine la sorella pienotta, presa dalla stessa convulsione d’ilarità esclamò:- L’ho trovato! so quel che è, Federigo! so quel che è!- E che è? – domandò Federigo.- È vostro zio Scro-o-o-oge! E così era infatti. L’ammirazione fu universale, benché qualcuno obbiettasse che alla domanda: “È un orso?” bisognava rispondere: “Sì” visto che bastava la risposta negativa a frastornarli da Scrooge, caso mai ci avessero pensato.- Ci ha fatto divertire un mondo, – disse Federigo, – questo è certo, e noi saremmo ingrati a non bevere alla sua salute. Ecco appunto un bicchiere di vino caldo, pronto per tutti. Alla salute dello zio Scrooge!- Ebbene! – gridarono tutti, – alla salute dello zio Scrooge!- Un allegro Natale e un buon capo d’anno al vecchio, checché egli sia! – disse il nipote di Scrooge. – Da me non se lo piglierebbe questo augurio, ma io glielo fo lo stesso. Alla salute dello zio Scrooge! Lo zio Scrooge era diventato a poco a poco così gaio e leggiero di cuore, che avrebbe risposto volentieri al brindisi della brigata e ringraziato con un discorso inaudibile, se lo Spirito glien’avesse dato il tempo. Ma tutta quanta la scena, nello spegnersi dell’ultima parola detta dal nipote, si dileguò; e Scrooge e lo Spirito viaggiavano come prima. Molto videro, molto andarono lontano, molte case visitarono, ma sempre con buon effetto. Lo Spirito stette al capezzale degl’infermi, e gl’infermi sorrisero; presso i pellegrini in terra straniera, e quelli sentirono vicino la patria; con gli uomini combattuti dalla sventura, e quegli uomini si rassegnarono in una più alta speranza; con la povertà, e la povertà si sentì doviziosa. Nell’ospizio, nell’ospedale, nella prigione, in ogni rifugio della miseria, dove l’uomo superbo nella sua breve autorità non avea potuto sbarrar la porta allo Spirito, ei lasciò la sua benedizione e insegnò a Scrooge i suoi precetti di amore. Fu una lunga notte, se pure fu una notte; ma Scrooge ne dubitava un poco, perché gli pareva di veder condensate molte feste di Natale nel rapido tempo passato insieme. Notò anche, ma non ne fece motto, che mentre egli rimaneva sempre lo stesso, lo Spirito si faceva manifestamente più vecchio. La cosa era strana, ed ei non si poté più tenere, quando lasciando una brigata di fanciulli che solennizzavano la Befana, si accorse che i capelli dello Spirito s’erano imbiancati.- Così breve – domandò – è la vita degli Spiriti?- La mia vita su questa terra – lo Spirito rispose – è brevissima. Termina stanotte.

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